di Claudio Antonelli
Mio padre e mia madre portarono sempre nell'anima il lutto per la perdita della terra natia, la loro adorata Istria, dove non vollero mai più tornare neanche per una fugace visita. La rinuncia forzata alla terra natale è la perdita di un qualcosa d'insostituibile che aiutava a dar senso all'assurdità della vita. Soprattutto mio padre non si riebbe mai più dal trauma del crollo del proprio mondo e degli inauditi atti di ferocia di cui furono vittime tanti suoi amici, a Pisino, ad opera dei "liberatori" titini. Questo fardello doloroso di memorie e di lutti è stato da loro trasmesso a me. Sconfitta, esodo, perdita della terra natale. tali parole evocano negli italiani brani lirici, avvenimenti biblici, pagine di storia riguardanti popoli esotici. La parola "esodo", per noi, non ha invece nulla di indeterminato, di vaporoso, di romantico. Esodo fu la nostra partenza di massa, con la perdita di una delle cose più preziose per l'uomo: il microcosmo che lo ha visto nascere e gli ha riempito l'anima di colori, suoni, sapori, che mai più ritroverà altrove. La tragedia della nostra gente si consumò, in quei lontani giorni, nell'assenza d'ogni segno d'attenzione, di solidarietà, di simpatia, e senza la presenza dei riflettori, delle telecamere e delle cineprese che invece illumineranno a giorno e riprenderanno, per le platee del mondo, i sanguinosi scontri tra le etnie jugoslave, anni dopo. La morte delle foibe segnò l'agonia e la fine di un popolo. Questa morte avvenne nell'isolamento, nell'indifferenza, nel silenzio. Fu una morte solitaria, senza funerali, senza cordoglio, senza riti di passaggio. Fu una morte, appunto per questo, che non è mai stata esorcizzata. Noi profughi per tanti anni siamo stati ignorati, oppure considerati moralmente come dei nazifascisti. L'avversione del comunismo ha impedito a molti di noi di restare in Italia. Ma, anche all'estero, nei consolati italiani risultavamo "nati in Jugoslavia". Poi i buoni e magnifici vicini dell'est si sono scannati. E, che Dio mi perdoni, questo mi è apparso come un ritorno alla verità delle cose. Il sangue è ripreso a scorrere. Le foibe hanno ripreso la loro funzione balcanica di carnai comuni. La Jugoslavia, paese costruito anche sul nostro sangue, si è disintegrata. Per noi le cose hanno ripreso il loro senso. Le nuove morti e il nuovo sangue ci hanno dato infine ragione. E finalmente, oggi, la nostra tragedia è stata riconosciuta. Le tante iniziative a nostro favore, tra le quali il "Giorno del Ricordo", su iniziativa dell'On. Menia, e i francobolli per onorare l'italianità delle terre perdute, dovuti all'On. Gasparri, hanno messo fine all'indifferenza e al silenzio nei nostri confronti. Anche l'attuale presidente della repubblica Giorgio Napolitano, ex comunista, ha fatto un sentito, ammirevole "mea culpa" circa il silenzio che ha avvolto per troppo tempo, in Italia, il dramma delle foibe. Ma questi riconoscimenti giungono dopo mezzo secolo d'indifferenza, troppo tardi per i miei genitori e per tantissimi altri, morti lontani dalle amate terre. Né possono dissipare in noi l'amarezza di tutta una vita.
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